giovedì 20 agosto 2015

Alan Moore: "Fellini ai prezzi di Ed Wood!"

Alan Moore ritratto da Michael Hacker.
Nel seguito potete leggere la traduzione della "Dichiarazione d'intenti", scritta da Alan Moore, per Orphans of the Storm, la società creata insieme al fotografo Mitch Jenkins con la quale ha realizzato Show Pieces, cinque cortometraggi parte di un progetto cinematografico più ampio, in lavorazione con il titolo The Show.
Orphans of the Storm è anche "coinvolta" nel progetto Electricomics, su cui magari torneremo a parlare prossimamente.
Buona lettura.

La traduzione è stata realizzata per solo scopo divulgativo.
Tutti i diritti originali sono © Orphans of the Storm & Alan Moore.
Che Glicone sia con voi.
Gli attori Andrew Buckley e Darrell D’Silva, Alan Moore, Mitch Jenkins e l'attrice Khandie Khisses.
LA NOSTRA PROMESSA PER VOI
(Un manifesto scritto con il ribollente inchiostro della sanità mentale sopra un milione di cuori delusi)

Un brunito pomeriggio di circa cinquant'anni fa, due perspicaci scolari, i sogni ancora incontaminati da un mondo che prende a calci i castelli di sabbia, stavano distesi all'interno della botte arrugginita di una betoniera nell'incustodito e deprimente cantiere di Northampton che era diventato il loro unico campo giochi, guardando le nuvole vagare senza meta attraverso la circolare apertura del loro scomodo rifugio. Il più giovane dei due, un commovente occhialuto bambino albino che giocava compulsivamente con la nuova macchina fotografica Fischer-Price che gli era stata regalata dal padre per il suo compleanno, parlò con distante tono sognante condividendo le proprie più intime e preziose speranze con il suo più grande, intelligente, bello e adorabile piccolo compagno di giochi.

            “Sai cosa ti dico? Quando saremo grandi ho la strana sensazione che, in qualche modo, ti convincerò a lavorare a un breve film di dieci minuti con me, nonostante tu, a quel tempo, sarai una specie di misteriosa apparizione tipo Ben Gunn che urla la sua condanna contro qualsiasi cosa le persone normali apprezzino, specialmente il cinema contemporaneo.”

           Il suo decenne carismatico compagno, un giovane di una bellezza soprannaturale che era tragicamente afflitto da iperpelosità come quei ragazzi-lupo messicani di cui si legge in giro, mise da parte con cura il quaderno sul quale stava scrivendo i suoi appunti su tutte le grandiose idee per il successivo mezzo secolo che al tempo erano conosciute, ed è bizzarro, come “Compendi Pittografici via Nuvolette Labiali” e replicò al suo anemico collega con un accecante sguardo di rimprovero.
   
            “Se lo farai, renderò la cosa così diabolicamente complicata e la creerò in modo che si espanda in una mostruosità tentacolare che si prenderà la tua vita e infetterà la Cultura stessa come una sorta di ideologico patogeno che nessuno capirà o da cui potrà difendersi.”

            Ora non è importante sapere i nomi di questi due bambini. Il motivo per cui non importa è perché accadde che il tamburo miscelatore contenesse ancora un residuo di cemento fresco che asciugandosi durante la loro conversazione immobilizzò i due che finirono grottescamente affogati durante l'improvviso nubifragio notturno che sopraggiunse. Il fatto rimarca ancora una volta i pericoli posti dai cantieri lasciati incustoditi.

                                                            *****

            Fu così, che per mera coincidenza, circa cinque decadi dopo gli eventi sopra narrati, Mitch Jenkins, fotografo di Northampton, si ritrovò tra le mani una proposta per un film da parte di Alan Moore, scrittore di Northampton. Inclusi nell'onnicomprensiva trama c'erano diversi elementi che rimandavano a nuovi media, ognuno dei quali col potenziale di espandersi in un'entità altrettanto stupefacente ed esauriente quanto il film stesso. Aggrottando la pallida fronte, il celebre maestro delle lenti pensò che una simile varietà di progetti avrebbe necessitato di una qualche “società ombrello” che ne gestisse la complessità, anche se riguardo al nome da dare a una simile impresa si trovò completamente perso. Fu a questo punto che l'imprevedibilmente aggressivo ma abile cesellatore di parole si espresse nel suo tono da medium in trance. 

            “Chiamiamoci Orphans of the Storm, che la gente ci conosca per la nostra mancanza di parenti e per l'aspetto inzuppato di chi è stato colpito da un fulmine.”

            E sebbene avesse capito soltanto una parola ogni dieci di quello che aveva udito, l'abile manipolatore della luce, dell'ombra e dei bagni di sviluppo accettò la proposta, nonostante che per alcuni mesi credette che la loro società avesse preso il nome da una canzone dei Doors.

                                                           *****

            A questo punto dovrebbe essere chiaro che “Orphans of the Storm” non è una canzone dei Doors. Quella era “Riders on the Storm’, un titolo che con la nostra organizzazione ha in comune solo le parole “the” e “Storm”. Andrebbe inoltre chiarito che, nonostante i malinformati pettegolezzi del Web, “Orphans of the Storm” non ha alcun legame con l'antico e misterioso culto babilonese che domina Hollywood descritto in Flicker, il romanzo di Theodor Roczak, che dopotutto è un'opera di finzione e non riflette la realtà. L'idea di una qualche tradizione mistica, sopravvissuta in chissà quale modo, intenzionata a imporre sul mondo una forma di cinema magico capace di alterare le menti è troppo assurda per doverla smentire. E se anche una simile cospirazione esistesse, di sicuro Mitch Jenkins e Alan Moore sarebbero le ultime persone che uno collegherebbe a un piano basato sul cinema magico. Alan Moore non sa nulla di cinema e Mitch Jenkins non sa nulla di magia, per cui come potrebbe funzionare? No, mi dispiace, il solo pensarci è ridicolo. Perché persino parlarne?

                                                         *****

            Ritornando al nostro racconto, avendo concordato sul sopracitato nome come termine collettivo per il loro nidificato insieme di progetti multimediali e incominciando a credere che Orphans of the Storm potesse essere una valida e persino redditizia impresa creativa, il biondo ritrattista di Hugh Laurie si ritrovò ad essere ancora preoccupato su alcuni dei più sconcertanti aspetti del loro piano.

           “Allora, come si collega a tutto questo il burro dietetico? E l'energy drink o la rivista per supermarket? Inoltre, hai messo una soap opera sulla filosofia tedesca. E un social network e un socialmente irresponsabile videogioco e un brand immaginario di t-shirt e un partito politico razzista. Sono sicuro che in qualche modo tutto andrà al suo posto, ma mi piacerebbe capire bene perché lo stiamo facendo.”

    Non era una richiesta irragionevole. Il suo partner annuì con indulgenza.

    “Lo facciamo perché mi sono spinto nella sala macchine della cultura solo per scoprire che non c'è nessuno al posto di guida. La società stava per scivolare sullo spartitraffico centrale di sogni traditi, verso l'imminente furia devastante di un collasso psicologico, per questo ho preso una decisione esecutiva e ho fatto quello che dovevo fare. Gli Orphans of the Storm sono qui per prendere in mano il joystick della civiltà e, dipende dal fatto che se ci siamo ricordati in quale direzione spostarlo, condurla verso una nuova eterea stratosfera oppure, mal che vada, togliere il disturbo in una devastante e gloriosa palla di fuoco.”

            E l'abile levigatore di pixel scrutò a lungo il palese visionario a cui aveva affidato le proprie fortune e quella della sua famiglia. E pensò: “Oh Cristo!”

                                                              *****
    Non vorrei insistere sulla questione ma tornando al culto babilonese di Flicker, ci sono un sacco di ragioni per cui uno scenario del genere sarebbe del tutto irrealizzabile. In tutta franchezza, se esistesse un'antica religione basata sullo stato di trance indotto da una sorta di proto-strobo realizzato con un cerchio rotante e luce naturale - cosa che non è - e se un simile culto fosse persino alla base del cinema moderno - e non è così - allora come la mettiamo con elementi di Orphans of the Storm come i fumetti digitali, il videogioco e i finiti siti pornografici  Big Black Lego Studs? Non hanno nulla a che fare col cinema, no? O con Babilonia, a dirla tutta. Non riesco davvero a capire come la gente s'inventi queste cose. Voglio dire, ma per favore! Siete molto meglio di così.
   
                                                             *****

    Comunque sia, ecco in poche parole la storia di Orphans of the Storm.
Intitolata come un film di DW Griffith con Lillian Gish che nessuno dei responsabili di questa società ha mai visto, Orphans of the Storm vuol essere un'autentica impresa del 21esimo secolo, con un modo di pensare che sia flessibile fino al punto da potersi quasi spezzare. Vi promettiamo estensioni di un'idea, argomentate e ponderate con cura, piuttosto che franchise sfruttati senza pudore. Vi promettiamo Fellini ai prezzi di Ed Wood. Vi promettiamo concept originali che siano all'altezza del loro tempo e non meri cadaveri rianimati tratti dall'intrattenimento leggero del passato, anche se abbiamo pure qualcuno di questi. Vi promettiamo un antidoto ai divertimenti tossici che avete già sconsideratamente ingerito e speriamo in Dio che non sia troppo tardi. E se non possiamo promettervi un mondo migliore di quello in cui vivete, possiamo almeno promettere che sarà più spassoso, più meravigliosamente terribile e meglio congegnato. Gioite, popoli del mondo dai neuroni randellati. Una terrificante utopia è almeno a portata di mano.

                                                           *****

            E non abbiamo nulla a che fare con la Confraternita di Tlön, nemmeno con loro.


[Il testo originale può essere letto sul sito di Orphans of the Storm: qui.]

lunedì 10 agosto 2015

UltraSpeciale SERGIO TOPPI

Una tavola di Sergio Toppi, da Sharaz-de.
Il 21 Agosto del 2012 se ne andava SERGIO TOPPI, autentico Gigante del Fumetto e dell'Illustrazione, un autore che ha lasciato un ricordo indelebile nei lettori (qui un mio umilissimo contributo) e una lezione magistrale per gli artisti e fumettisti di tutto il mondo. 

A distanza di tre anni da quel luttuoso evento, in ricordo di Sergio Toppi e per celebrarne l'indimenticabile e indimenticata grandezza artistica e umana, ripropongo nel seguito la breve storia omaggio realizzata da Tito Faraci (testi) e Fabio Celoni (disegni) pubblicata nel volume Sergio Toppi: Nero su bianco con eccezioni scritto dall'amico Fabrizio Lo Bianco, edito nel 2005 da Black Velvet. Un grazie a Tito, Fabio e Fabrizio per l'autorizzazione alla pubblicazione.

Inoltre, colgo l'occasione, per (ri)presentare qui i contributi di Walter Simonson, Ramon Aznar e Giorgio Concu apparsi in un estemporaneo Speciale Toppi, ospitato tra il 2002 e il 2003 su Ultrazine.org.
Storia: Tito Faraci. Disegni: Fabio Celoni.
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SERGIO TOPPI, UN AUTENTICO MAESTRO
di Walter Simonson
[Pubblicato su Ultrazine nel Dicembre 2002. Traduzione di smoky Man e Omar Martini.]
   
A metà degli anni '70 si tenevano a New York, una o due volte l'anno, delle fiere dedicate al fumetto. Allora ero un giovane professionista e, vivendo a New York, frequentavo regolarmente quelle mostre. La maggior parte delle cose in vendita nello spazio occupato dai negozianti era roba che avevo già, che non mi interessava o che non mi potevo permettere. Vecchi albi americani, una selezione di tavole originali, dei banchetti pieni di Big Little Books, i soliti giocattoli di latta e altre cianfrusaglie. Lo scopo principale di quelle mostre era di socializzare, vedere i vecchi amici arrivati in città e incontrare dei professionisti di cui non sapevo quali fossero le opere che mi piacevano. Ma c'era anche il banchetto delle rarità - di solito ce n'era uno o al massimo due - dove si potevano trovare delle graphic novel. Non semplici graphic novel, ma le graphic novel europee. Erano lavori di cui allora sapevo molto poco e che non avevo quasi mai avuto la possibilità di vedere. Il banchetto era pieno di volumi disegnati da artisti che non avevo mai sentito nominare, con un immaginario che non mi sarei mai sognato. E uno dei primi volumi ad attirare la mia attenzione fu un libro intitolato "L'homme des Marais" realizzato da un certo Sergio Toppi.
Non conoscevo quel nome, ma era chiaro che si trattava di un grande. Un vero grande! Rimasi sconvolto da quel libro! La tecnica mirabile, l'attenzione particolare per i volti umani, la cura nel rendere i costumi e le atmosfere del periodo storico, la composizione delle vignette e dell'intera pagina, l'intenso utilizzo del tratteggio all'interno dei disegni, il potente uso del negative space nell'intera opera, la combinazione e la continuità nel susseguirsi delle immagini, e la narrazione attraverso i disegni che danzano di pagina in pagina... la mia conoscenza del Francese era davvero pessima, ma capii istantaneamente di trovarmi di fronte al lavoro di un illustratore e di un narratore eccezionale. E così ho trascorso gli ultimi venticinque anni a scoprire e a guardare il suo lavoro, a studiarlo e a cercare di includere un po' della sua straordinaria visione nelle mie creazioni. Le qualità di Toppi come artista sono troppe per essere elencate in modo esauriente in questa sede. D'altra parte, nessuna parola potrebbe davvero descrivere l'opera di un artista. Nel migliore dei casi, le parole possono indicare la via, poi spetta a chi guarda lasciare che l'opera lo trasporti là dove le parole vengono a mancare. Ecco perché una mostra come questa ha un valore inestimabile. Perché toglie, per quanto sia possibile, l'interfaccia che c'è tra l'artista e il pubblico e li riunisce insieme in un luogo in cui, per un breve momento, possono diventare una cosa sola.
      
Non ho mai incontrato Sergio Toppi, ma mi piacerebbe. Mi piacerebbe incontrarlo e stringergli la mano, nella speranza che un po' del suo spettacolare talento passasse, per contatto, a me e ai miei disegni!

I miei migliori auguri, Sergio. Che la tua matita e i tuoi pennelli non si asciughino mai!
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SERGIO TOPPI E I SUOI RACCONTI DEL NUOVO MONDO
di Ramon Aznar
[Pubblicato su Ultrazine ad Aprile 2003.]

1992, un anno veramente speciale in Spagna. I Giochi Olimpici a Barcellona e nello stesso tempo uno sguardo retrospettivo nella celebrazione del "Quinto Centenario" della scoperta d'America, il Nuovo Mondo, con ogni sorta d'attività culturali.
Planeta-De Agostini e la Sociedad Estatal Quinto Centenario, (1492-1992) pubblicarono una bella collezione di libri dedicati alla scoperta d'America, sotto il nome "Relatos del Nuevo Mundo", illustrati dai più bravi rappresentanti, spagnoli e non, del mondo della "nona arte".
Fra i 25 titoli di questa bella collana, ci sono due libri che il grande autore italiano Sergio Toppi ha creato per l'occasione. E' importante osservare che in questo momento i due titoli sono esauriti in Spagna e inediti in Italia, anche se i due meritano di essere in ogni biblioteca o collana importante di fumetti, e anche di Storia. Entrambe le storie ci mostrano l'ambizione umana per conseguire l'oro e l'argento, simboli di potere nell'epoca della grande scoperta e anche ai nostri giorni. Per tutti coloro che ancora non hanno avuto la fortuna di acquistare questi piccoli gioielli, l'editore "Mosquito", in Francia, annuncia una prossima edizione di La leyenda de Potosí, a settembre 2003, e sicuramente continuerà con Los tesoros de Cibola.

El Cerro de la plata / La leyenda de Potosí (prima storia ad essere pubblicata anche se non nell'ordine cronologico del suo contesto storico) ci racconta le avventure d'un povero sivigliano che nel 1496, a Sierra Nevada (Granada), si trova di fronte a uno strano personaggio, a metà tra stregone e diavolo, che predice il suo destino: scoprire una collina d'argento (cerro de la plata, in spagnolo), in una lontana terra d'oltremare.
Nel 1514 ritroviamo il nostro anonimo protagonista sul fiume Putumayo nella foresta colombiana, vivendo fra gli indiani "chiriguanos" che l'hanno accolto come uno di loro, e impegnato nella lotta contro l'Inca invasore, sotto la dinastia di Huayna Capac.
E' il 1531 quando finalmente arriva sull'altopiano andino, di fronte alla collina di Potosí (che significa "Cosa grande" nella lingua quetxua). Nonostante ciò, non ha il tempo di godersi il suo "Cerro de la Plata" che muore nelle mani del suo vecchio alleato Wadosewa, capo chiriguano, che non ha dimenticato mai la sua diserzione, alla ricerca del suo destino nella collina d'argento.               
Già nel 1685, l'ultimo proprietario del Cerro de la Plata, don Jaime de Villarroel, abbandona la miniera esaurita, lasciando piantato sulla sua vetta un elmo spagnolo, scintillante come fosse d'argento, in omaggio allo sfortunato sivigliano morto in seguito a un sogno.

Las fabulosas ciudades de Arizona / Los tesoros de Cibola è il secondo racconto ambientato nel Nuovo Mondo che ci offre Sergio Toppi. In questa storia l'azione si sviluppa nella desolazione delle aride terre d'Arizona.
Anno 1541, il licenziato spagnolo Martín de Urría, il suo domestico arabo Kaloumi-ba e un nuovo protagonista anonimo, questa volta il vecchio soldato chiamato "cuchillo" (coltello), partono da Culiacán (Nuova Galizia) alla ricerca di Cibola, la favolosa città d'oro.    
Gli indios "yaquis" non permettono la sua intrusione. Ammazzano Kaloumi-ba e spingono gli altri verso una morte sicura nel deserto.
Il licenziato Urría muore bevendo l'acqua avvelenata d'una pozza, e il nostro ex-soldato si perde in quelle spietate terre, solo e smarrito finché trova un piccolo "pueblo" indiano che scintilla come l'oro sotto il sole ardente d'Arizona, e che assomiglia la sua Cibola sognata.
In questa strana costruzione scavata nella montagna per i suoi abitanti, uno stregone e suo figlio, il capo della tribù, decidono di dargli da bere il succo di una pianta che produce una amnesia totale. In questo modo, lo spagnolo non sarà capace di svelare a nessuno l'ubicazione del villaggio.
Nuovamente perso nel deserto, è finalmente riscattato da una morte sicura dal capitano spagnolo Esteban Cabrera, che ritornava da una partita di caccia, e che condurrà il nostro protagonista fino al convento di "Santa María de los Dolores", a Culiacán, dove rimarrà sotto la cura dei frati, povero e dimenticato da tutti.

L'arte di Sergio Toppi raggiunge in entrambi i casi il massimo livello di espressività e colorazione. Le sue immagini ci portano in luoghi desolati o lussureggianti, lontani nel tempo e nello spazio, mentre le sue storie ci mostrano le passioni umane e la sorte tragica che attende i personaggi come unica ricompensa per la loro smisurata ambizione.
Illustrazione di Giorgio Concu (2002, acrilico bianco su lucido da proiezione).

martedì 4 agosto 2015

Alan Moore e... Il Crepuscolo degli Eroi

Alan Moore.
Nel lontano 1999 per il quarto numero della fanzine Clark's Bar (fotocopiata; tiratura di circa 100/150 copie) firmai, insieme a Bram Storming, un lungo pezzo su Twilight of Superheroes, crossover del cosmo DC ideato da Alan Moore negli anni '80 e mai realizzato. Lo ripropongo nel seguito, con minime correzioni. Buona lettura! (Fa un po' strano rileggere il proprio se stesso... del passato!)

Per chi fosse interessato il proposal di Moore è, al momento, disponibile qui. Direi di affrettarvi, magari... potrebbe sparire (per rispuntare chissà dove)!
Illustrazione di Francesco Bortolotti (da Clark's Bar N.4, 1999).
IL CREPUSCOLO DEGLI EROI
- L’EPICO PROGETTO DI ALAN MOORE CHE NON LEGGEREMO MAI -
a cura di Bram Storming & smoky man

Se non puoi credere in quello che leggi in un fumetto, in che cosa puoi credere? Bullwinkle J. Moose

Diciamocelo chiaro: chi legge le fanzine è un lettore particolare, avventuroso, curioso e un po’ “fanatico”, sempre alla ricerca di quel “qualcosa” in più - notizia inedita, aneddoti e quant’altro -  capace di appagare la propria fame di Fumetto.
Con quest’articolo speriamo di accontentare anche i palati più golosi andando alla scoperta di quello che, soprattutto per gli amanti del fumetto made in U.S.A, è considerato una sorta di Graal, uno di quei Racconti Perduti che dovevano essere e non saranno mai.
Parleremo del “mitico” progetto TWILIGHT OF SUPERHEROES (“Il Crepuscolo dei Supereroi”), una proposta editoriale mai pubblicata che l’inglese ALAN MOORE - probabilmente il più grande sceneggiatore di comics americani, basti citare il capolavoro assoluto Watchmen - avanzò nel lontano 1986 (o 1987?) con l’intento di scrivere l’Ultima Storia per i supereroi del DC Universe.  Tale progetto venne alla luce in tutti i suoi dettagli nel 1995 grazie a un resoconto  miracolosamente comparso sul Web (per i dettagli leggete la sezione ”Weblight” alla fine di quest’articolo).
Ma non perdiamoci in chiacchiere: è giunto il tempo in cui silenti possiamo osservare…

GLI EROI AL TRAMONTO
- ovvero come dire e non dire -
Primo decennio del ventunesimo secolo. L’umanità, incapace di gestire attraverso le istituzioni tradizionali, cambiamenti sociali sempre più veloci ha di fatto consegnato se stessa nelle mani dei supereroi divenuti membri di vere e proprie famiglie reali. Sebbene i governi continuino  a esistere e siano tutt’altro che disgregati, i vari Stati americani hanno ciascuno il proprio gruppo di superesseri che vigila sulla loro sicurezza. I supereroi riunitisi in clans, ciascuno “a guardia” di una regione, hanno costituito otto Casati (Houses), di diverso prestigio e potere, coinvolti in inevitabili intrighi per aggiudicarsi il ruolo di guida mondiale.
Benvenuti nella tecnologica America feudale di inizio millennio!

Ecco quindi cosa preparava il divino Moore sul finire del 1986: una succulenta storia apocalittica, un grande crossover epico con l’obiettivo di scrivere un possibile THE END per il Mito dei supereroi del cosmo DC.
Ma facciamo un po’ d’ordine ricordando cosa succedeva nel 1986. In quell’anno vedevano la luce Watchmen dello stesso Moore e Dave Gibbons, Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller e il primo crossover globale targato DC, Crisis on  Infinite Earths di Marv Wolfman e George Perez (nel 1985 era uscito per la Marvel Guerre Segrete): un anno importante, non c’è che dire!
E proprio Crisis è il primo riferimento di Moore per Twilight. Si tratta di una fondamentale saga nello spazio-tempo capace di ricondurre il cosmo DC, prima organizzato in Terre Parallele, su un’unica linea temporale, azzerando di fatto decenni di storie e dividendo le vicende di Superman & Co. in continuity pre e post-Crisis. Di fatto Crisis causò più danni di quelli che voleva riparare: numerosi autori continuarono per diverso tempo a ignorare sulle loro testate gli eventi di Crisis e infatti, per concludere quest’opera di razionalizzazione, fu necessaria nel 1994 una nuova saga, Zero Hour: Crisis in Time (ahrrrgg!!!).
Ma sentiamo il parere di Mr. Moore:
Sebbene il motivo era puro e lo scopo giusto riguardo a Crisis, non possono non dire che, nel tentativo di consolidare e razionalizzare il Cosmo DC, sia stata creata una situazione potenzialmente ancor più destabilizzante e precaria…Sulla scia dell’alterazione temporale di Crisis ci è stato lasciato un universo dove l’intera continuity precedente semplicemente non è mai accaduta… Credo che questo sia pericoloso per diverse ragioni… Stabilendo il precedente dell’alterazione temporale, viene posto un inconscio sospetto su ogni storia ambientata nel futuro e su tutte quelle svolte nel passato. I lettori di lunga data potrebbero avere la sensazione che le storie che hanno seguito avidamente per tanti anni vengano invalidate, che tutti gli innumerevoli flussi narrativi non fossero diretti da nessuna parte se non verso un arbitrario “punto di cesura”. Di conseguenza, i lettori attuali, potranno avere la sensazione che le storie che stanno attualmente leggendo hanno un significato relativo visto che, tra dieci anni, qualche onnipotente divinità fumettistica, un editore o lo Spettro, potrà tornare indietro nel tempo e cancellare tutto, pronto per ricominciare.”
Per far fronte alle discrepanze che possono sorgere nella gestione di un crossover come Twilight con ripercussioni su testate gestite da scrittori e disegnatori diversi, la soluzione è semplice e geniale: “utilizzare un espediente narrativo attraverso il quale la scelta dei diversi sceneggiatori di partecipare o non partecipare al crossover sulle loro testate avrà ripercussioni sulla storia. Se scelgono di essere coinvolti attivamente nel progetto allora tutto bene. Se rifiutano, allora l’atto stesso di rifiutare diverrà parte della narrazione senza fare violenza alle testate coinvolte.
La seconda ispirazione per Twilight è Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, una storia di Batman che Frank Miller ambienta in un mondo del futuro, fuori continuity, buio e opprimente in cui gli eroi sono vecchi, incarogniti e disillusi: una pietra miliare nel mito dell’Uomo Pipistrello.
Il Dark Knight di Frank… nonostante non fosse inserito nella continuity, ha consolidato la leggenda di Batman e brillantemente ridefinito il personaggio per il pubblico degli anni ’80, e nessuno si è curato della continuity perché la storia era dannatamente buona…
Uno dei motivi che impediscono alle storie di supereroi di raggiungere lo status di autentici miti moderni o leggende è il fatto che hanno un finale aperto. Una qualità essenziale di una leggenda è che gli eventi sono chiaramente definiti nel Tempo; Robin Hood diventa un fuorilegge a causa delle ingiustizie di Re Giovanni e dei suoi sgherri. Questa è la sua origine. Incontra poi Little John e Frate Tuck e gli altri. Vince il torneo sotto travestimento, si innamora di Lady Marian e si oppone allo Sceriffo di Nottingham. Questa è la sua carriera che comprendere amore, principali avversari e la formazione di un supergruppo di cui far parte. Vive fino a vedere il ritorno di Re Riccardo ed è infine ucciso da una donna non prima di aver lanciato un‘ultima freccia a indicare il posto dove essere sepolto. Questo è il finale – si può applicare lo stesso paradigma a Re Artù, Davy Crockett o Sherlock Holmes con uguale successo. Non è possibile applicarlo a molti personaggi dei fumetti perché, per motivi commerciali, non possono avere un finale…
Con Dark Knight, Frank ha creato un adattissimo ed emotivo coronamento per la leggenda di Batman rendendolo una… leggenda piuttosto che una continuity senza fine… In Twilight mi piacerebbe cercare di fare la stessa cosa per l’intero Cosmo DC… Essendo situato in un futuro possibile, non vi è nulla che non possa essere fatto e, allo stesso tempo, vi sarà un reale e tangibile effetto sulla continuity di molti personaggi all’interno delle loro testate… Adoro le storie ambientate in mondi paralleli… e alcune delle migliori storie DC sono legate all’idea delle Terre alternative… Quello che propongo è qualcosa che dovrebbe permettere la possibilità di raccontare avventure in mondi paralleli e di revisionare vecchie continuity con ancora potenzialità senza ricadere nella faccenda “Terra-1 fino a Terra-15” che ha originato Crisis.

Come fare?
Alcuni membri della Legion of Super-Heroes e Rip Hunter decidono di perlustrare il nuovo flusso temporale per testarne i limiti dopo gli eventi di Crisis. Finiranno intrappolati in una zona di fluttuazione temporale (in realtà una macchinazione del Time Trapper per propri e misteriosi fini) senza possibilità di fuga né nel passato né nel futuro.
E questa “bolla” di tempo, in cui si svolge Twilight, è la carta vincente del progetto di Moore per andare oltre Crisis.
La zona di fluttuazione distorce una porzione del flusso temporale, diciamo, dal 1990 all’anno 2010. Con poche eccezioni, nulla potrà entrare o uscire da questo Groviglio del Tempo… All’interno di questa bolla numerose realtà alternative diventano nuovamente possibili anche se solo in quest’intervallo di vent’anni. Sebbene noi non esploreremo nessuna di queste realtà, se non quella di Twilight, le possibilità di storie ambientate entro la fluttuazione, da realizzare sugli albi regolari, sono senza limiti… Poiché viaggiare dalla normale continuity dentro la bolla sarà praticamente impossibile se non in circostanze eccezionali, il problema d’avere un numero infinito di mondi paralleli e di danneggiare la linea temporale post-Crisis saranno minimi.
Ecco quindi gettata la rete di sicurezza, ora tocca ai trapezisti volteggiare. E chi se non il buon John Constantine, creatura di Moore sulle pagine di Swamp Thing, a tentare il quadruplo salto mortale? Infatti mentre Rip Hunter e i Legionari sono impegnati a cercare un modo per sfuggire dalla bolla e dal mondo di Twilight, Hunter incontra Constantine, che sembra essere uno dei principali manovratori dietro l’incombente apocalittico scontro tra i supereroi. Prima che i nostri riescano finalmente a uscire dalla fluttuazione, John avvisa Hunter di mettersi in contatto col Constantine del suo tempo, il 1987, in modo che possa aiutarlo nel mettere in guardia i supereroi della Terra dal possibile pericolo e nel cercare un modo per prevenire un...

OSCURO FUTURO POSSIBILE
- ovvero grandi rivelazioni -
Nel mondo di Twilight i supereroi che conosciamo sono organizzati in 8 Houses (Casati) con i due clan della House of Steel e della House of Thunder con uno status di autentiche Superpotenze.
Va però precisato che non tutti i supereroi sono entrati nei clan, molti vivono come cani sciolti popolando le zone malfamate, i sobborghi delle grandi città come Gotham e Metropolis.
La House of Steel è capeggiata da Superman: una figura moralmente travagliata che non sa quale sia il modo migliore per fronteggiare il caos che vede circondarlo ma che capisce la necessità di mantenere almeno la stabilità del Casato. L’Uomo d’Acciaio è sposato con Wonder Woman (ora Superwoman) da cui ha avuto due figli: un maschio, il perverso Superboy, diciottenne al tempo di Twilight, e una femmina, Supergirl, figlia posata e gentile.
La House of Thunder invece fa capo alla famiglia Marvel più alcune aggiunte. Capitan Marvel è il patriarca: un personaggio ancor più segnato di Superman poiché, oltre al caos imperante, la sua famiglia ha il problema di avere degli alter ego umani. Al fianco di Capitan Marvel c’è Mary Marvel, che ha sposato più per ragioni di equilibrio col Casato di Superman che per vero amore. Troviamo inoltre Capitan Marvel Jr., ora un supereroe adulto e potente, quasi antagonista della figura di Capitan Marvel di cui soffre l’eterna ombra.
A complicare le cose Mary Marvel e Capitan Marvel Jr. sono legati da un legame d’amore clandestino che il Capitano ignora (una tresca sul modello di Ginevra e Lancillotto). L’altro membro del clan è Mary Marvel Jr., figlia di Capitan Marvel e Mary Marvel Sr., e promessa sposa di Superboy nell’ottica di un imminente matrimonio d’interesse tra i due Casati per un definitivo predominio sulle altre House e sul mondo.
Gli altri Casati comprendono:
- la House of Titan, composta dai Teen Titans ora adulti e capeggiati da un tetro Nitghwing.
- la House of Mystery con alcuni dei personaggi sovrannaturali del cosmo DC: Demon, lo Spettro, Zatara, Dr. Fate e uno strano amalgama di Baron Winter e Deadman. Partecipano poco alle cose del mondo presi soltanto dalla ricerca dei misteri dell’universo.
 - la House of Secrets, con alcuni dei super-criminali sopravvissuti alla purga capeggiata dalla JLA negli anni precedenti Twilight. Tra i membri, tutti invecchiati rispetto a come li ricordiamo, Luthor, il Joker, Gorilla Grodd, Catwoman, Chronos e Dr. Sivana. In grado di difendersi se attaccati, preferiscono in genere starsene tranquilli e nascosti.
- la House of Justice, il clan più potente insieme ai Titans dopo le due Superpotenze, costituito dai membri restanti della JLA. Il gruppo ha tra le sue fila: Capitan Atom, Blue Beetle, Aqualad (il nuovo Aquaman), Wonder Girl, Flash (Wally West), Slipstream (una nuova Flash-donna), Capitan Comet e un Dr. Light donna.
- la House of Tomorrow, con i vari esiliati delle diverse epoche rimasti intrappolati nella “bolla” temporale, compresi Rip Hunter e i Legionari.
- la House of Lanterns, abbandonata e lasciata cadere in rovina. Poiché le Lanterne sono agenti dichiarati del potere alieno dei Guardiani sono stati banditi dalla Terra, insieme a tutte le altre razze aliene, in seguito a una purga svoltasi alcuni anni prima di Twilight. Sebbene non abbiano più un Casato sulla Terra, le Lanterne esiliate hanno stabilito un quartier generale d’emergenza su una delle lune di Marte dove, insieme alle altre razze aliene, cospirano alla ricerca di un modo per ritornare sulla Terra. Giunti a conoscenza dell’imminente unione, tramite il matrimonio tra i loro figli, della House of Steel e della House of Thunder, temono che questo porti tutte le altre Casate sotto il loro controllo e che la Terra venga così unificata e governata da un pantheon di divinità invincibili. Il loro timore è che un tale impero possa cercare di espandersi andando a conquistare i loro territori.

È giunto il tempo di…
Illustrazione di Francesco Bortolotti (da Clark's Bar N.4, 1999).
TWILIGHT: LA STORIA
- ovvero tutta la verità nient’altro che la verità -
Come spiega Alan Moore nel Plot, la storia inizia dalla conclusione, in una pagina di prologo ambientata sul finire del 1987 in un bar da qualche parte a New York. John Constantine è seduto a un tavolo a bere da solo. Una splendida bionda entra nel bar e notando Constantine, si avvicina e gli chiede se ha da accendere. Constantine, che siede stringendo in un pugno una lettera e nell’altro il bicchiere, la fissa come trasfigurato. Zoomiamo sulla sua faccia e poi parte un flashback.
Sostanzialmente l’intera serie di Twilight è costituita da ciò che passa nella mente di Constantine in quei due secondi che trascorrono prima che lui risponda alla donna.
Il flashback ci porta all’inizio del 1987, quando Constantine riceve una visita da Rip Hunter, che lui non conosce ma che incredibilmente sembra sapere tutto su Constantine, inclusi molti dettagli personali che non ha mai detto a nessuno. Colpito da ciò, Constantine ascolta la storia che Hunter gli racconta. Hunter gli riferisce di come sia stato intrappolato nella bolla temporale e abbia vissuto nella House of Tomorrow nel mondo di Twilight. Un mondo in guerra che ha fine con tutti i supereroi uccisi o esiliati dalla Terra per sempre. Ricevuto dal vecchio Constantine abbastanza informazioni da poter convincere il suo sé più giovane, è stato spedito indietro nel tempo per avere il suo aiuto e avvisare il mondo di questo apocalittico futuro.
Rip Hunter racconta gli eventi di Twilight, anche se ovviamente i lettori ne vengono a conoscenza leggendo la serie e le testate ad essa collegate.
Abbiamo già detto delle due purghe avvenute nel mondo di Twilight, una a danno dei supercriminali l’altra a danno delle razze aliene bandite dalla Terra. Ora, l’episodio centrale dell’intera vicenda è l’imminente matrimonio di Superboy con Mary Marvel Jr., malvisto sia dalle altre House sia dalle popolazioni aliene timorose di un possibile moto espansionistico di una Terra unita sotto i supereroi.
In tutto questo intrigo, troviamo i problemi interni dei due Casati leader. Nella House of Steel, Superman e Superwoman sono preoccupati per le incomprensibili tendenze al sadismo e ad atteggiamenti violenti manifestati da Superboy. Sono inoltre in pensiero poiché non riescono a trovare un compagno per la loro figlia visto che Capitan Marvel Jr. non sembra affatto interessato a lei. Sappiamo bene il perché: Capitan Marvel Jr. ha una relazione con Mary Marvel Sr. alle spalle del patriarca. Come se non bastasse, Mary Marvel Jr. non è per nulla contenta di andare in sposa a quel maniaco di Superboy.
Intanto i pezzi prendono posto sulla scacchiera.
Le forze aliene decidono di utilizzare Adam Strange, loro agente sulla Terra, affinché invii un Raggio Zeta che serva da passaggio per una armata d’invasione costituita da Hawkpeople, Marziani e Green Lantern Corps.
La House of Titans, la House of Justice e la House of Secrets, nonostante il rifiuto della House of Tomorrow e della House of Mystery, decidono di unire le forze e di attaccare il giorno del matrimonio nella speranza di distruggere i due Casati leader e spartirsi l’America.
Un consiglio segreto composto da The Shadow, Batman, Doc Savage e Tarzan organizza un piano per espellere dalla Terra tutti i superesseri.
In questo caos si muove il vecchio Constantine che, al corrente di tutti i piani grazie alla sua intatta capacità di manipolare le persone, garantisce il suo apporto esclusivo a tutte le parti perseguendo in realtà un proprio misterioso fine e in pratica fungendo da oscuro coordinatore della catastrofe. Infatti lo vediamo andare da Capitan Marvel, di cui conosce un misterioso segreto, e informarlo dell’imminente attacco confidando nel suo silenzio verso Superman, incitare Titans e JLA a colpire con forza e, al contempo, consigliare a Batman e a The Shadow di attendere il momento propizio per sferrare il loro attacco. Inoltre lo seguiamo nell’affannosa ricerca per i quartieri malfamati della città di due persone: lo scomparso Gold, uno dei Metal Men, e uno strano vecchio. Gold lo troverà e ingannandolo lo ucciderà per poi fonderlo; dal vecchio, che si rivelerà essere Metron, bandito dai Nuovi Dei per aver troppo osato nella sua brama di conoscenza, otterrà niente di meno che lo Scranno di Moebius.
Il giorno del matrimonio Titani, JLA e super-criminali sferrano il loro attacco con gravi perdite da ambo le parti. Wonder Girl viene uccisa da Superwoman a sua volta colpita a morte da Capitan Atom. Anche Superboy muore insieme alla maggior parte della JLA, Titans e super-criminali. Capitan Marvel Jr. e Mary Marvel, approfittando della confusione generale fuggono nello spazio, con loro va anche Mary Marvel Jr. Sul campo rimangono, spalla contro spalla, solo Capitan Marvel, che misteriosamente è stato in disparte nella lotta, e Superman pronti ad affrontare qualsiasi minaccia.
Ed ecco iniziare l’invasione aliena. Grazie al Raggio Zeta di Adam Strange un’intera armata extraterrestre giunge sulla Terra spazzando via quanto rimaneva della House of Titans, della House of Justice e della House of Secrets e avanzano. Superman di questo non si preoccupa poiché con al fianco Capitan Marvel gli alieni rappresentano una minaccia di poco conto. Ma qui arriva la sorpresa, il segreto di cui Constantine era al corrente: Capitan Marvel non è Capitan Marvel. Questi è morto sin dall’inizio di Twilight, ucciso mentre era nella forma umana di Billy Batson, dall’unico essere in grado di simularne i poteri senza essere scoperto: il mutaforma marziano Martian Manhunter. L’invasione aliena era un piano da tempo congegnato.
Scoperto l’inganno, Superman combatte con Manhunter uccidendolo grazie alla sua vista calorifera. Sup cerca poi di aprirsi una via di fuga attraverso l’orda aliena, venendo debilitato dagli anelli delle Lanterne e infine sconfitto e ucciso in duello da Sodal Yat, “l’Ultima Lanterna Verde”. Abbiamo così una dittatura aliena sulla Terra bella e pronta. Ma non è questo il progetto di Constantine.
Giungono infine sullo scenario di guerra un piccolo gruppo di supereroi reclutati da Constantine stesso insieme alle forze messe insieme da Batman e The Shadow. Molti di loro indossano una leggera armatura d’oro fatta col corpo dello sfortunato Gold che li rende immuni al potere degli anelli delle Lanterne inefficaci sul colore giallo. Gli alieni, colti di sorpresa, indietreggiano e la battaglia è in stallo fino a che gli invasori non rendono noto che è imminente l’arrivo di una imponente flotta extraterrestre è pronta a  spazzar via qualsiasi vana resistenza.
Ed è qui che Constatine gioca il jolly. Usando la Scranno di Moebius ha visitato il mondo d’antimateria di Qward. In cambio di una ferma promessa d’immunità per la Terra e il suo sistema, Constantine ha venduto loro il segreto del Boomdotto, anch’esso appreso da Metron. Mentre gli alieni stanno cercano di invadere la Terra, Thanagar, nuova Marte, Rann e Oa sono sotto la minaccia delle armate Qwardiane. Increduli gli alieni fanno frettoloso ritorno ai loro pianeti per combattere sul loro suolo una guerra che potrebbe richiedere secoli per essere vinta, se la vinceranno.  
Per la maggior parte, i superstiti non hanno superpoteri e molti sono più che pronti per gettare la maschera e rendere pubblica la loro identità. Constantine spiega che sotto la guida di Batman, di The Shadow e degli altri, l’America libera dai governi e dal pericolo di una super-dittatura potrà organizzarsi in un nuovo modo, in unità, sia sociali che economiche, più piccole e flessibili: una nuova Utopia senza più Eroi.
Questa ovviamente è la storia che il lettore legge, mentre quella che Rip Hunter racconta nel 1987 a John Constantine è ovviamente depurata del ruolo di gran burattinaio dell’Apocalisse svolto dal Constantine del futuro.
Il Constantine dei nostri giorni si è prodigato nel diffondere nella comunità supereroistica la visione del tetro futuro di Twilight, alcuni hanno recepito il pericolo altri no, con altri ancora non è riuscito a mettersi in contatto. È fermamente convinto che quello scenario sia terribile e di non aver fatto abbastanza per allertare tutti. Tutto quello che ha come consolazione è che, stando a quanto Rip Hunter gli ha raccontato, in un imprecisato momento nel futuro, incontrerà una donna che amerà per il resto della sua vita e che lascerà in lui un grande vuoto. Sa persino, grazie a Hunter, come la incontrerà. Lei entrerà in un bar e gli chiederà d’accendere; i loro occhi si incroceranno e …

Tutto questo ci riporta alla scena iniziale, al prologo con Constantine solo al tavolo del bar, stretta tra le mani la lettera che Hunter gli ha consegnato come ordinato dal vecchio Constantine, il Constantine di Twilight, solo dopo che il messaggio di allerta era stato diffuso.
“Dear John”, così inizia la lettera scritta dal suo futuro sé stesso, in cui si trovano le scuse per averlo così cinicamente usato, ma si assicura che è per il meglio. Il Constantine di Twilight avendo il vantaggio dell’età ricorda ogni cosa accadutagli da giovane: l’incontro con Rip Hunter, il racconto di una storia terribile e la missione di avvertire tutti del terribile futuro in modo da evitarlo. Il Constantine ricorda persino come tutto poi si concluse: il mondo di Twilight giunse lo stesso, spesso a causa delle azioni causate dal suo messaggio d’allerta. Ricorda persino di aver tenuto in mano una lettera esattamente come quella che sta leggendo. Medita brevemente sul paradosso di chi realmente scrisse originariamente la lettera, prima di scusarsi ancora con il suo più giovane sé stesso e consolarlo col pensiero che una donna meravigliosa  l’attende in un futuro prossimo. Per lei varrà la pena di affrontare qualsiasi cosa.
Leggendo la lettera Constantine è furioso: giocato da sé stesso, incredibile! Arrabbiato e incredulo si reca in un bar, si siede con la lettera serrata nella mano e cerca consolazione nel bere.
Ed eccoci tornati all’inizio, al prologo. La donna entra nel bar, nota John e gli chiede d’accendere. I loro sguardi si incrociano. È bellissima. Sa istantaneamente che potrebbe amarla per sempre. Sa chi è, sa quanto felice lui e i suoi futuri sé saranno insieme a lei.. e finalmente, perversamente, capisce come prendersi la rivincita contro il suo futuro sé stesso ed evitare Twilight, mettendo un piccolo ma importante bastone tra le ruote del destino.

Mi scusi, ha da accendere?

Constantine guarda la donna e chiude le palpebre due volte prima di rispondere.

No, mi spiace. Non fumo.

THE END

Un solo commento a conclusione: cara DC perché, ma soprattutto, PERCHÉÉÉÉÉÉÉÉÉ?
Sottovoce: non vi sembra che “qualche” idea sia passata a Kingdom Come?!?
John Constantine (a.k.a Sting).
WEBLIGHT
- ovvero le vie del Web sono infinite -
È l’anno 1995 e all’indirizzo http://www.hoboes.com/html/Comics/Twilight/dc.html curato da tal James Stratton compare un lungo documento, “Twilight of Superheroes: an unpublished series proposal for DC Comics by Alan Moore”: qui, Alan Moore in persona (?) espone la proposta di un epocale crossover, che coinvolge tutti i personaggi del glorioso cosmo DC, in una maxi-serie nel formato di Watchmen (12 numeri da 28 pagine ciascuno senza pubblicità).
James Stratton afferma di aver semplicemente trasferito sulla Rete quanto trovato su una non meglio precisata fanzine di fantascienza e ovviamente in mancanza di una conferma del diretto interessato – Mr. Moore è autore restio alle apparizioni pubbliche, rilascia rare interviste, di lui sono reperibili pochissime foto e non ha una propria home page con una e-mail a cui poter scrivere – è naturale domandarsi: è veramente opera del geniale autore britannico?
Leggendo le pagine, per l’appassionato, appare tutto fin troppo chiaro: nel corposo dossier (più di 25 cartelle organizzate in 6 sezioni) la voce di Mr. Moore risuona possente e chiara. Non solo vengono analizzati storia e personaggi ma anche possibili strategie pubblicitarie e di merchandising con quello stile immaginifico, minuzioso e sistematico fino all’eccesso (dice la leggenda che sia capace di scrivere 4 pagine fitte per una singola vignetta!!!) che è la “firma invisibile” dello sceneggiatore inglese.
Ma non tardano ad arrivare più autorevoli conferme che cancellano qualsiasi dubbio. Infatti in un forum virtuale (in data 2 Luglio ‘95) diversi autori di comics legati a Mr. Moore rilasciano la loro testimonianza sull’autenticità di Twilight, tra questi Kurt Busiek (“Sembra la stessa proposta che lessi diverso tempo fa”), Neil Gaiman (“Le pagine sul Web suonano esattamente come la descrizione che Alan mi fece un pomeriggio nel 1986”) e Rich Johnston, scrittore e una delle fonti fumettistiche più informate e credibili (“Alan Moore mi ha confermato tutto di persona”).
La conferma più incontestabile viene però dalle mosse della DC Comics. Infatti nel 1997, la casa editrice, affermando di poter provare di essere la legittima detentrice del copyright, intima a Stratton di smantellare il sito; nell’attesa, durata diversi mesi, le pagine sono accessibili solo in ristretti orari; infine, all’inizio del 1998, pur non presentando alcuna reale prova, ma solo la fresca registrazione della proposta presso l’U.S. Copyright Office (dopo più di 10 anni!), la DC riesce nel suo intento: l’immediata cancellazione della parte più cospicua del dossier. L’unico che potrebbe opporsi a queste decisioni, visto che Stratton ritiene che la DC non abbia alcuna prova di copyright, sarebbe l’autore, ma Mr. Moore, residente in Gran Bretagna, sembra non aver alcuna intenzione di imbarcarsi in una sterile bega di diritto internazionale col colosso Warner Bros. dato che nulla gli vieta di “riciclare” l’idea con altri personaggi. In fondo una rivincita Mr. Moore se l’è presa: non ha più lavorato per la DC!!!

Di tutta questa questione noi di Clark’s Bar siamo venuti a conoscenza alla fine del 1997 (quindi abbiamo la versione completa di Twilight!) quando il #1 della fanzine era appena uscito e i file scaricati dalla Rete sono rimasti in attesa dell’occasione buona che è finalmente giunta (ovviamente li abbiamo letti mooolto prima!).

[Nota del 2015: Al momento il proposal di Moore è disponibile qui.]

venerdì 24 luglio 2015

Gabriel Andrade: Crossed +100 di Alan Moore

GABRIEL ANDRADE è l'artista brasiliano che ha illustrato la miniserie (di sei numeri) Crossed + One Hundred, scritta da Alan Moore e pubblicata da Avatar Press a partire da Dicembre 2014.
Crossed +100 è lo spin-off ideato da Moore, ambientato cento anni nel futuro, della serie Crossed creata da Garth Ennis e pubblicata da Avatar a partire dal 2008.
In Crossed una pandemia ha trasformato gli esseri umani in psicotici assetati di sangue, privi di ogni freno inibitore e capaci di qualsiasi nefandezza. In Crossed +100, Moore sposta la narrazione cento anni dopo l'inizio della diffusione del virus mostrandoci a che punto l'Umanità sia giunta nella sua lotta per la sopravvivenza. Su Fumettologica potete leggere una prima recensione: qui.

Il volume che raccoglierà la run di Moore verrà pubblicato quest'autunno in Italia da Panini Comics che ha già dato alle stampe i precedenti libri dedicati a questa brutale ma intrigante saga apocalittica.

Nel seguito potete leggere un'intervista ad ANDRADE, artista dal segno classico ma vigoroso, scelta assolutamente azzeccata per il racconto scritto da Moore.
L'intervista è stata condotta e realizzata, in Portoghese, nel mese di Giugno da Flavio Pessanha e pubblicata a Luglio, in due parti, sulla pagina Facebook AlanMooreBR (I Parte e II Parte).
Tradotta in Inglese, dal Portoghese, da  Flavio Pessanha.
Traduzione dall'Inglese di smoky man

Buona lettura! E un grazie all'amico Flavio per la disponibilità e gentilezza.
Gabriel, potresti raccontarci come hai iniziato la tua carriera di illustratore e perché hai deciso di abbandonare Economia per l'Arte?
L’Arte, più precisamente Illustrazione e Musica, sono sempre stare una mia passione e tra le mie principali occupazioni. Ma durante l’adolescenza ho scoperto le Scienze Politiche e ne sono rimasto affascinato. Ma alla fine, comunque, non ho resistito a lungo al richiamo dell’Arte (ride): ho deciso di seguire Musica all’Università, perché non mi vedevo come un disegnatore e non pensavo ci fossero delle opportunità lavorative in quel campo. Quando poi ho avuto la possibilità di mostrare il mio portfolio non ci ho pensato due volte e mi sono impegnato con tutto me stesso. Non sapendo nulla della situazione del mercato sono stato aiutato dai miei amici Milena Azevedo (GHQ blog), Miguel Rude e Wendell Cavalcante (entrambi disegnatori e autori di fumetti): loro erano già nell’ambiente e mi hanno fatto da guide quando ho iniziato.

Hai lavorato per Dark Horse, Atlantic e ora collabori con Avatar Press. Come sei stato chiamato a lavorare per la Avatar? 
Verso la fine del 2009 avevo completato Die Hard per Boom!Studios e loro avevano bisogno di un disegnatore per Lady Death così ho pensato ad una illustrazione a piacere per un poster e l'ho realizzata. Subito dopo ho firmato il mio primo contratto con loro (ride).

Come sei stato scelto da Moore? Sei rimasto sorpreso?
Entrambi avevamo pubblicato sullo speciale di God is Dead della Avatar, sebbene su storie distinte. William [Christensen], il fondatore e responsabile editoriale della Avatar, mostrò il mio lavoro ad Alan e così decidemmo di lavorare a un nuova serie.

In una recente intervista, condotta da Pádraig O’Mealóid, Alan Moore ha detto che i tuoi disegni sono spettacolari e ti ha definito un “autentico diamante vecchia-scuola”: un grandissimo complimento. Quali sono le tue principali influenze e come hai imparato a disegnare?
La mia principale inspirazione non sono stati i fumetti, ma la realtà. Sin da bambino disegnavo tutto quello che vedevo e, poiché i miei genitori erano entrambi insegnati, a casa avevamo moltissimi libri scientifici, illustrati, e molte riviste e materiale educativo. Ho ricevuto il mio primo fumetto quando avevo già nove anni: un albo di Chico Bento [di  Mauricio de Sousa].
Anche se amavo i fumetti, non ho mai copiato i disegni e ho sempre preferito disegnare quello che vedevo. Ma una volta che ho iniziato a prendere l'Arte sul serio, ho cominciato a studiare la tecnica, e ho scoperto grandi maestri come Milo Manara, Moebius e Serpieri. Non mi è mai piaciuta l'estetica dei supereroi americani... forse potrei fare eccezione per John Buscema (Conan) oppure John Romita Sr (Spider-Man). Durante la mia infanzia, negli anni '90, non mi piacevano le cose che venivano pubblicate in quel periodo ma quando uscì Heavy Metal e misi le mani su alcuni fumetti horror brasiliani, così come su Tex, Ken Parker e Blueberry... Akira e i manga delle CLAMP, riscoprii nuovamente il Fumetto. Dal punto di vista estetico mi piacevano molto i manga. Il mio stile di disegno è sempre stato realistico e basato su fotografie o film. Ma è stato solo quando ho deciso di diventare un disegnatore professionista che queste influenze fumettistiche hanno iniziato a manifestarsi nel mio stile. Per cui di solito rispondo che il mio stile ha subito l'influenza, nell'ordine, di John Buscema, John Romita Sr, Garcia-Lopez, Jim Lee, Katsuhiro Otorno, Clamp, Milo Manara, Moebius, Alberto Gennari, Mike Deodato, Serpieri, Frank Cho e Adam Hughes.
Moore ha inoltre dichiarato che sei della stessa categoria dei disegnatori inglesi o filippini e che provieni dalla scuola del fumetto in bianco e nero. Sembra lasciar capire che ci sia la possibilità che Crossed + One Hundred possa venire pubblicato in una edizione in bianco e nero in futuro. Quanto ti piacerebbe?
Quante possibilità ci siano per una edizione simile non saprei ma mi piacerebbe moltissimo se accadesse. Ho pensato a realizzare le tavole in modo che siano godibili con o senza colori.

Quali sono i passaggi che hai seguito lavorando a Crossed + One Hundred, partendo dalla sceneggiatura alle tavole finali?
I soliti: scorro le pagine di sceneggiatura per iniziare ad avere dei riferimenti visivi per i luoghi e dar forma, nella mia mente, al tipo di atmosfera di cui la storia necessita. Passo un paio di giorni così, cercando la documentazione migliore e le inquadrature più adatte in modo da buttar giù e schematizzare la composizione e la dinamica di ogni tavola. Dopo aver completato le matite, le mostro all'editor che a sua volta le fa vedere allo sceneggiatore. Dopo che i disegni sono stati approvati, li finalizzo e inchiostro.

Moore è conosciuto per scrivere le sue sceneggiature avendo in mente l'artista che le disegnerà in modo da tirar fuori il meglio da lui. Secondo te, che cosa si aspettava maggiormente da te? Ci sono stati dei casi in cui hai infranto qualche regola in modo da poter usare una tua idea?
Sì, le sceneggiature erano molto dettagliate ma mi davano anche libertà di creare i luoghi e l'aspetto dei personaggi e persino i loro colori. Anche se le sceneggiature erano molto precise e dettagliate su inquadrature e layout, in tutti gli albi ho fatto diverse variazioni sugli angoli, i primi piani, il design delle scene: tutto per il bene del racconto.
In Crossed, i tuoi disegni sono impressionanti: trasmettono una grande precisione nelle architetture unita a una eccezionale precisione nelle anatomie. Che cosa hai fatto per prepararti? Quanta documentazione?
La documentazione per il fumetto era molto specifica poiché gli ambienti sono versioni di città reali. Ma volevo che tutto sembrasse vivo e irregolare. Praticamente non ho mai usato la squadretta mentre disegnavo, penso d’averla usata solo per squadrare le vignette. Molti dei materiali e degli oggetti sono stati immaginati prendendo come punto di partenza cose reali riutilizzandole: da questo punto di vista le case, i veicoli, gli arredamenti sono stati tutti riadattati. Se si considera questo, non ho dovuto fare una gran fatica.

Qual è la differenza tra disegnare una storia di Alan Moore e quella di un altro autore, a parte la lunghezza della sceneggiatura?
Non ho notato grandi differenze rispetto a portare a termine il lavoro. Ma avere a disposizione una sceneggiatura così ben scritta e ricca di dettagli ti fa sentire immerso nell’universo in cui si svolge la storia, in un modo così perfetto, quasi spirituale. Mi sentivo come se la storia stesse davvero accadendo. Ero molto stimolato dal testo e davvero stremato per le scadenze. Ho amato tantissimo questo lavoro.

Sei stato il solo disegnatore della run di Moore e lui stesso ha ideato ognuna delle varie copertine della serie. Può parlarci di quest'aspetto?
Riguardo le copertine, mi veniva fornito un tema oppure una breve descrizione. Ma visto che trattavano eventi “storici” come quelli accaduti all'Umanità fino al momento della nostra storia, dovevo essere coerente con un processo di degradazione della società nel corso del tempo. La realizzazione e le idee per i singoli temi venivano lasciate alla mia creatività.
Pensi che questo fumetto realizzato con Moore possa segnare un momento di svolta per la tua carriera?
Da parte mia ho investito tantissimo, dal punto di vista artistico, in questa serie. La qualità, l'attenzione, il livello di dettaglio, l'uso di diverse tecniche... sono tutti aspetti in cui sono migliorato moltissimo. Su quali strade prenderà la mia carriera non lo so ancora, è presto per dirlo. L'ultimo numero di Crossed +100, il sesto, uscirà il mese prossimo [a Luglio per il mercato americano, N.d.T.]. Aspettiamo e vediamo che effetto farà.   

Gabriel, quali sono i tuoi prossimi progetti? Ci sono possibilità per una nuova collaborazione con Moore?
Sto scrivendo e sviluppando una mia storia. Forse sarà un graphic novel o una serie in tre parti, non sono certo. Sul collaborare di nuovo con Moore, non so se ci sono delle possibilità ma per me sarebbe un enorme piacere.
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Le interviste precedenti:

sabato 11 luglio 2015

UltraComics: SUNBLOCK di Andi Watson

Vista l'afa che caratterizza queste giornate d'estate, SUNBLOCK di ANDI WATSON mi pare un recupero azzeccato e in tema, direttamente dalla sezione UltraComics (ri-denominata successivamente UZ-Exclusives) di Ultrazine.

Il fumetto fu pubblicato originariamente nel 2002 su Artbomb.net (dove è ancora disponibile: qui) e, su autorizzazione dell'autore, presentato su Ultrazine lo stesso anno nella traduzione dell'amico Antonio Solinas (responsabile anche del lettering).

Andi Watson è un autore inglese conosciuto, anche in Italia, per fumetti "indie" come  Breakfast After Noon, Skeleton Key e Love Fights.
In qualità di sceneggiatore ha lavorato per le principali case editrici mainstream e tra i suoi lavori si segnalano una run di 2 anni sulla serie di Buffy per la Dark Horse Comics e una maxi-serie su Namor per la Marvel.
Negli ultimi anni si è dedicato alla serie di libri per ragazzi Gum Girl; nel 2015 è uscito il suo ultimo lavoro Princess Decomposia and Count Spatula.

Per maggiori informazioni su ANDI WATSON, visitate il suo sito: qui.

Buona lettura!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
SUNBLOCK copyright © Andi Watson

lunedì 6 luglio 2015

Paolo Bacilieri e... la rabdomanticità trans-genere

Zeno Porno, alter ego di Paolo Bacilieri.
Pochi giorni fa si è conclusa a La Spezia, presso Spazio 32, l'interessante mostra "Fun" dedicata a PAOLO BACILIERI (tenutasi dal 20 maggio al 30 Giugno scorso), autore e disegnatore che seguo con grandissimo interesse e ammirazione sin dagli anni '80-'90 dello scorso millennio. 
Purtroppo non ho potuto presenziare all'evento ligure (ma è possibile ammirare alcune foto sulla pagina Facebook di Spazio 32: qui), ma ho generosamente ricevuto il catalogo (ringrazio Spazio 32 per l'invio) e l'idea della mostra è servita da stimolo per concretizzare (finalmente!) una "chiacchierata" con Bacilieri che desideravo fare da diverso tempo.

Per "i più distratti" ricordo che Paolo Bacilieri, autore con una carriera pluridecennale, è uno dei fumettisti più originali nel panorama italiano contemporaneo, apprezzato da pubblico e critica, collaboratore regolare della Sergio Bonelli Editore, per cui ha disegnato su testate e personaggi come Napoleone, Jan Dix, Dampyr e Dylan Dog. Tra i suoi lavori SBE più recenti segnalo Orfani: Ringo N. 8 e Il prezzo dell'onore per la collana Le Storie. Come autore completo i suoi ultimi graphic novel sono Sweet Salgari e Fun (per cui ha vinto il premio Micheluzzi 2015 nella categoria "Miglior disegnatore"), entrambi editi da Coconino Press.

Nel seguito potete leggere l'intervista condotta via email nel mese di Giugno e Luglio.
Un sentito ringraziamento a Paolo per la sua consueta gentilezza e disponibilità e... per gli ottimi fumetti prodotti in questi anni e... per quelli che realizzerà!
Buona lettura!

Pagina Wikipedia dedicata a Bacilieri: qui.
Il blog personale di Bacilieri: qui.
Il catalogo della mostra "Fun.
smoky man: Dopo Fun, arriverà More Fun. Originariamente era stato pensato per essere un libro unico ma ti è letteralmente esploso in mano, dopo lo spunto fornitoti da Bartezzaghi per una storia sui cruciverba e la tua decisione di “incastrare” questo argomento con altre storie realizzate in precedenza e con materiali creati per l’occasione. Che cosa puoi rivelarci su More Fun, a parte la presenza nota di George Perec?
Paolo Bacilieri: Tutto vero.
Mi piace scriverlo così: "more FUN".
Sarà sia per struttura che contenuti uguale a Fun: la parte storica riprenderà da dove si era interrotta, dall'arrivo cioè del cruciverba sul NY Times, per poi passare prima in Francia, negli anni 70 di Perec e poi finalmente in Italia, con il tuo conterraneo Cav. Ing. Comm. Conte di S. Andrea Giorgio Sisini che fonda La Settimana Enigmistica e con quello che chiamo "lo sconosciuto più famoso d'Italia", Piero Bartezzaghi.
Queste vicende verranno interrotte da quelle contemporanee milanesi di Pippo Quester e Zeno Porno (lo so, ho lasciato in sospeso un po' di cose) e da alcune storielle brevi, caratterizzate dal colore, ripescate, rivedute e corrette.
Quali difficoltà hai incontrato e superato nella realizzazione di Fun e More Fun? Oppure si è trattato più di una sorta di sfida appassionante, analoga al risolvere un cruciverba particolarmente complesso? Visto il titolo spero però che ti sia comunque… divertito! :D
Probabilmente più che alla soluzione, somiglia alla creazione di un cruciverba: invece che parole ho cercato e cerco di incastrare insieme storie e storielle; un po' quel che faccio sempre, però più esasperato. A volte ci stanno perfettamente altre volte le devo prendere a martellate...

More Fun uscirà a fine anno, vero?
Io ci credo e ci sto lavorando. Se non ce la dovessi fare si andrà comunque ai primi mesi del 2016.

Hai già nel “mirino” un altro progetto personale? So che sei al lavoro su uno degli speciali di Hollow Press, in proposito puoi svelarci qualcosa? Sono molto curioso al riguardo, considerando il livello di contagiosa “weirdness” della proposta editoriale di Michele Nitri.
Eh, sì, è un periodo così, vari progetti in cantiere a diversi stadi. Su quello HP non posso dire molto, se non che si tratta di un vecchio soggetto, risalente ad una dozzina di anni fa che aspettava nell'ombra l'occasione di essere ripreso e sviluppato.

I tuoi primi lavori pubblicati risalgono agli inizi degli anni ’90 del Secolo scorso. E via via negli anni - sei oltre i 20 anni di carriera - ti sei affermato e distinto per uno stile di disegno originale e per la tua capacità di lavorare sia nell’ambito del fumetto popolare, vedi la tua produzione in Bonelli, sia come autore completo con le tue graphic novel e le opere più personali (per quanto certe distinzioni in categorie siano opinabili). Per questo, in anni recenti, si parla spesso di te come un “punto di riferimento”. In una intervista di qualche tempo fa, credo di ricordare, tu abbia fatto il nome di Sergio Toppi, dicendo che dopo la sua scomparsa i fumettisti della tua generazione, in qualche modo, si siano sentiti o debbano sentirsi un po’ più “responsabilizzati”. Non so se sono riuscito a spiegarmi ma vorrei sapere come ti senti rispetto a questo discorso…
Sì, di sicuro ci si sente più soli, anche se preso dalle contingenze "lost in day to day", raramente ho il tempo di pensarci. Ma credo che questa mia generazione di autori italiani di fumetti, rappresenti una specie di collegamento, un ponte, un elastico tra questo dannato 21esimo secolo e quella grande ricchezza e specificità della seconda metà del '900 con la quale siamo cresciuti e (questo vale senz'altro per me) che ci ha formati. Ci ha reso quello che siamo.
Tavola tratta da Orfani: Ringo N. 8. Colori di Stefania Aquaro.
Bianco e nero oppure colore: quale prediligi e perché?
Non vorrei sembrare una specie di reazionario, in certi casi il colore è indispensabile. Provo anche una profonda invidia nei confronti di quei colleghi bravissimi che fanno cose straordinarie con acquerelli, tempere etc.
Rimango però un assoluto feticista del bianco e nero e mi ritengo fortunato visto che da anni faccio, per Bonelli ad esempio, storie in purissimo b&n.

Parlando di colore: come è stata la tua esperienza sul recente albo di Orfani, considerando sia la colorazione e il fatto d’aver diviso l’albo con un altro artista?
L'altro artista, Werther [Dell'Edera, N.d.R.], è davvero bravissimo, lo tenevo d'occhio da tempo, mi piace un sacco, pur essendo agli antipodi rispetto al mio modo di lavorare. Un autore di cui sentiremo ancora parlare molto, poco ma sicuro.
Direi che Roberto [Recchioni, N.d.R.] ci ha intelligentemente "cucito addosso" la sceneggiatura, perciò per me è risultato anche piuttosto facile lavorarci, sempre tenuto conto del discorso precedente.
Illustrazione per il portfolio Dylan Dog Monsters, progetto dell’associazione "La Nona Arte".
Hai frequentato diversi generi: horror, noir, fantascienza, western, autobiografia… c’è qualcosa che ti manca o pensi che la questione del “genere” sia superata e sia semplicemente un’etichetta semplificatrice e che quello che importa davvero è avere “una buona storia”?
Assolutamente. La storia è quello che conta, a prescindere dal genere. Al di là del discorso buona o cattiva dovrebbe avere qualcosa che parla a te, autore, disegnatore, personalmente. In qualche modo ti chiede di essere disegnata. Da te.
Questo per dire che la mia rabdomanticità trans-genere deriva più che altro da scelte istintive.

Architetture, città, ambienti: nelle tue opere c’è sempre una grande attenzione a questo aspetto, come se fossero dei “personaggi” a tutti gli effetti. Da cosa nasce questo tuo interesse e, ipotizzo, necessità artistica? Personalmente penso siano aspetti fondamentali, per quanto a volte “invisibili” o dati per scontato dal lettore, per dare corpo e consistenza ad una storia…
Confermo quanto dici, ma dove arrivi questo mio interesse per l'architettura non saprei. Sono cresciuto perlopiù in un minuscolo, incantevole borgo immerso nel verde Weneto (ciao Molina!), non so quando esattamente ma ad un certo punto mi sono innamorato del cemento armato!
Mi piace il '900, in particolare l'architettura del dopoguerra, qui a Milano ci sono cose bellissime, a cominciare ovviamente dalla Torre Velasca!
Tavola tratta da Sweet Salgari.
“Aò, il libro piace.” è l’anagramma - splendido, direi - del tuo nome e cognome trovato (creato?) da Stefano Bartezzaghi. Puoi indicarci tre libri, non solo a fumetti, che ti sono piaciuti di recente e perché?
Mica facile!
Leggere mi piace molto ed è sempre una cosa in divenire...vediamo:
Louis Riel di Chester Brown, mi mancava, l'ho trovato di recente allo Strand (la mia libreria preferita!). Una biografia a fumetti minimalista e monumentale.
Il gaucho insostenibile, raccolta di racconti bellissimi di Roberto Bolano, scrittore gigante.
Bartleby lo scrivano, Melville, da rileggere almeno una volta l'anno!
"Ah, humanity!"

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Le interviste precedenti: